
“Io mi batto solo per quello in cui credo. Non per uno stato o un pianeta in particolare. Lotto solamente per gli ideali che ho nel cuore. Io erro lungo le rotte delle stelle. La gente mi chiama Capitan Harlock, nell’oscuro mare stellare, nello spazio infinito e senza domani, finché ci sarà anche un unico sole che arde nel cosmo, io vivrò in libertà sotto il mio vessillo. Io vago per i confni dello spazio, il “black jack” è issato sulla mia nave, e con questa bandiera che sventola tra le stelle, io vivo in libertà. L’universo è la mia casa, la voce sommessa di questo mare infinito mi invoca, e mi invita a vivere senza catene, la mia bandiera è un simbolo di libertà.”
Cupo, silenzioso, con una lunga cicatrice che gli taglia il viso ed una benda sull’occhio destro, un lungo mantello volteggia intorno a lui, sul suo fianco sinistro pende una spada e sul destro una pistola. Il suo oceano si chiama cosmo, la sua nava Arcadia. E’ Capitan Harlock. Non si conosce il suo vero passato, pochi accenni a una vita precedente come marinaio sulla Terra e una famiglia di grande tradizione militare. Così ha voluto il suo creatore Leiji Matsumoto nel manga del 1977. Quello che ricordo di Harlock è l’immagine di un ragazzo controllato e autoritario, che nasconde la solitudine nella eleganza, con la sua bellezza sfregiata dal mistero.