«Quando tornò di nuovo in camera da letto si fermò nuda davanti allo specchio del guardaroba ed esaminò con stupore il proprio corpo. Pesava quaranta chili circa ed era alta più o meno centocinquanta centimetri. E per quello non è che potesse fare granché. Aveva membra sottili come quelle di una bambola, mani piccole e fianchi efebici…». Stieg Larsson ha lasciato da sola la sua Lisbeth Salander: sola con quel drago che dalla spalla le scende fino alla coscia, e una visione algebrica del mondo. La piccola Lisbeth, anoressica ma agile, fragile ma rabbiosa, è una ragazza di venticinque anni dallo sguardo duro, dark, truccato a fondo, ma pronto a esplodere libero. Lisbeth faccia lunatica, scostante, fuori dalle righe, che si accende davanti a un monitor e scorre rapida le sue mani magre sulla tastiera. Lisbeth maniacale, scrupolosa, che non vuole farsi usare. Lisbeth senza paura. Ribelle anche a un immaginario esclusivamente maschile, quello degli hacker. I pirati informatici. Lisbeth è una di loro.
